Paolo Guarrera | studio

La mia ultima visita al laboratorio di Paolo Guarrera risale al 2008, anno in cui, curiosa e acerba, collezionavo presenze ai vernissage mescolandomi tra la folla con sofisticata disinformazione. Nove anni fa nel laboratorio di Paolo si respirava un’aria umida e argillosa, il colore grigio/verdastro prevaleva sul bianco sporco dei gessi e il forte odore di barbottina mi faceva respirare con difficoltà. Le sculture occupavano l’intero ambiente: le opere si nascondevano come trolls nel loro habitat naturale, le più piccole si mimetizzavano con gli oggetti e con le numerose cianfrusaglie sparse nei pochi metri quadrati del laboratorio. In quelle stanze affollate i nostri movimenti erano sinuosi e attenti e morbidi, così da scansare con agilità le sculture appoggiate su robusti piedistalli o nel primo spazio utile. Era un campo minato.

Lo studio di Paolo è una bottega vecchio stile, distante da alcuni esempi di studi d’artista contemporanei: asettici più di una sala operatoria e inconsapevoli dell’esistenza della luce naturale. Paolo si racconta, mi parla della sua necessità di mettere in ordine le stanze, mi confida di un anno passato senza realizzare neppure un’opera, delle sue soddisfazioni lavorative, dei suoi nuovi incontri.

Entrare nella bottega di Paolo Guarrera richiede concentrazione, bisogna addentrarsi con discrezione e delicatezza.  Gli spazi sono stretti, i lavori stipati e schierati in un angolo della stanza sembrano aspettare un segnale, attendere qualcosa, una parola. È un tumulto immobile e silenzioso. In un altro ambiente è evidente il tentativo di dare un senso al disordine compattandolo in blocchi ben definiti. Immersa in questo caos, tipico dei laboratori vivi, osservo gli ultimi pezzi scolpiti, dei quali, Paolo, mi racconta con tanta sapienza: sono sculture sincere, nudi che urtano con l’indole timida e delicata di questo artista siciliano. Le opere che vedo attorno a me sono il risultato di un intenso studio, della rara capacità di osservazione, di lunghi ragionamenti; avvicinandomi a quei corpi freddi mi abbuffo dei loro più impercettibili particolari. La pelle dei nudi vibra e rende tutto vivo.

Tra i vari pezzi individuo il mio ritratto. Non visitavo il laboratorio di Paolo dal 2008 anno in cui posai per lui. Ricordo il caldo estivo, le corse dopo il mare per arrivare in studio puntuale, la dura lotta contro il sonno sempre presente durante le ore di posa, la musica classica mescolata a Capossela. Fu pane per i miei denti.

 

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